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“Le colline del gusto di Langhe e Roero”- mostra fotografica PDF Stampa E-mail
lunedì 03 novembre 2008
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Nel 2006 la FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) invitava gli oltre 5000 fotoamatori suoi associati a realizzare e inviare fotografie che documentassero la cultura del cibo della propria regione. L’iniziativa, intitolata «Immagini del gusto: percorso contemporaneo sul cibo», si è conclusa a fine maggio 2008 e si è rivelata la più importante manifestazione fotografica finora realizzata in Italia. Più di 17.000 immagini sono giunte al Centro Italiano della Fotografia d’Autore; 600 di esse sono state selezionate per allestire la mostra nazionale a Bibbiena e stampate in un catalogo di 399 pagine; altre 900 sono state pubblicate su un catalogo relativo a 250 mostre locali realizzate da altrettanti gruppi fotografici ed aperte in contemporanea il 31 maggio 2008.

Il Gruppo Fotografico Albese, che dalla fondazione (1965) aderisce alla FIAF, non poteva ovviamente rifiutare questa opportunità. Alcuni suoi soci hanno documentato le eccellenze enogastronomiche che celebrano le colline delle Langhe e del Roero: i salumi di suino, la carne della razza bovina piemontese, i formaggi, i grandi vini, il tartufo bianco, la polenta, la nocciola “tonda gentile” con i suoi principali derivati,  Nutella e torrone e le hanno presentate alla Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo-Bra.

 La mostra dal titolo “Le colline del gusto di Langhe e Roero” viene ora esposta ad Alba, in occasione della 78a Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba nella chiesa di S. Domenico-Alba dal 28 ottobre al 16 novembre 2008 (ore 10,00 – 12,30 e 15,00 – 18,30 lunedì chiuso).

Sabato 8 novembre alle ore 17 presso il locale dell’esposizione sarà presentato il catalogo dal titolo: “Le colline del gusto di Langhe e Roero”,  che riproduce tutte le opere selezionate accompagnate da una serie di racconti inediti di Oreste Cavallo sugli argomenti illustrati nella mostra.

 Presentazione di Carlo PETRINI  e Luciano BERTELLO

Autori: Oreste CAVALLO, Roberto CAVALLO, Bartolomeo COSTAMAGNA,
 Franco BARTOCCI, Anna LANGELLA, Claudio MAININI, Severino MARCATO,
 Enzo MASSA.
 
Racconti: Oreste CAVALLO    









Estratti dal Catalogo:

Presentazione

Il racconto per immagini della cultura del cibo non è soltanto un piacevole esercizio estetico di cui si può godere nelle mostre fotografiche. Si deve andare al di là del fascino indiscusso che queste attività riescono a trasmettere immortalando gesti, luoghi, facce, strumenti, armonica interazione tra uomo e natura.
L’importanza sta nel valore documentale. Chi è più avvezzo alla pratica, al ricordo e alla testimonianza diretta di questi atti produttivi di grandi eccellenze piemontesi, di fronte a immagini in qualche modo conosciute è più facile che possa farsi sfuggire questo aspetto fondamentale. Il Piemonte è ricco di tradizioni gastronomiche, e queste per fortuna sono ancora fulgidamente vive nella nostra quotidianità. Quello che attrae i turisti non è un qualcosa di replicato a loro uso e diletto, ma una vera cultura del cibo, profondamente intessuta con il proprio territorio, con le proprie genti. Dunque questa sorta di “abitudine” che i piemontesi possono avere per i loro formaggi, tartufi, carni, può far sfuggire a prima vista il valore identitario profondo che questi prodotti hanno: una cosa che va al di là dei commerci e delle esibizioni; essi racchiudono in sé la storia di un popolo e parlano per lui.
In altri territori, forse un po’ meno fortunati, è difficile mantenere vive le tradizioni agricole e gastronomiche. Lì forse sarebbe più evidente l’importanza di documenti come queste foto. La scomparsa di biodiversità trascina con sé, in tutto il mondo, come un diluvio, tutta la cultura che è connessa a questi frutti della natura, diventati eccellenti grazie all’uomo che ha saputo sfruttarli con buon senso e abilità. Ora un modo per salvarle è anche quello di raccontarle, di “registrarle”.
Il grande antropologo Claude Levi-Strauss pochi anni fa ha dichiarato che stiamo vivendo un’epoca in cui è necessaria una “etnologia d’emergenza”: il rischio di scomparsa di tradizioni ed espressioni delle culture dei popoli è altissimo, e non soltanto se parliamo di etnie del Sud del mondo, di villaggi indigeni o di chissà quale esotica civiltà. Questo fenomeno mette a rischio anche le tradizioni che ci sono più vicine, che spesso diamo per scontate, senza per altro accorgerci che in alcuni stanno morendo.
Il ruolo dei fotografi, dei videomakers, dei giornalisti, dunque è non è soltanto di un impegno “artistico” nel catturare queste espressioni di cultura popolare, questo antico savoir faire ma anche quello di registrare, raccontare nei particolari, catalogare per mandare a futura memoria, per far sì che tutto ciò non scompaia o possa essere un giorno recuperato.
È anche con questo spirito che apprezzo il lavoro che ha fatto il Gruppo Fotografico Albese, mentre godo, come faranno i visitatori, della bellezza delle loro immagini.      

Carlo Petrini




Introduzione



Dici Langa o Roero e pensi all’osteria e ai tajarin. Oppure al barolo e al tartufo, al «re dei vini» e all’«imperatore della tavola». Pensi a via Maestra e alle vetrine più simili a boutique e gioiellerie che non a negozi di generi alimentari.
Con un rischio: cadere nella retorica dei luoghi comuni e di confondere la contadina cultura della tavola di Langa con l’immaginario edonistico del “paese di Bengodi”, proprio di un turismo “mordiefuggi” che con le colline di Pavese e di Fenoglio ha lo stesso rapporto di un temporale estivo.
Rischio che non si corre con Oreste Cavallo, convinto interprete dell’understatement alla piemontese e cioè di quel “esageroma nen” che è un richiamo alla concretezza e alla saggezza contadina.
Impastati di fanciullesca ironia (alla fiera della zucca) e di arguzia bertoldesca (le nocciole come biglie), i suoi racconti spaziano su tutto l’universo gastronomico di Langa, ma lo riconducono e lo tengono ancorato alla terra, alla quotidianità, alla sobrietà, alla civiltà che ne è all’origine. La dimensione è quella della favola o della parabola, talvolta dell’aneddoto. Il linguaggio quello piano e semplice dei conversari famigliari e delle veglie in stalla. Come a dire che anche le parole vanno usate con parsimonia e a proposito, meglio se con una morale. Il tartufo di Ciìna è occasione per un bel ritratto della donna di Langa, la fiera della zucca e la toma di Pierino quadretti di contadinerie. Il mais Ottofile e la razza bovina Piemontese diventano il modo per raccontare la perdita delle radici culturali.
Racconti che si integrano perfettamente con le fotografie dei “fotoamatori” del Gruppo Fotografico Albese, dalle atmosfere sospese fra realtà e ricordo, tanto vere da sembrare di maniera.
Ben vengano dunque queste “letture alternative” del mondo dell’enogastronomia: giacché dietro un’apparente (e proprio solo apparente) patina di nostalgia, di ricordo, di passato, lasciano trasparire la loro novità e il nuovo che c’è nel recupero dei valori e dei modi antichi che legavano l’uomo a queste ora grasse e opulenti colline.


Luciano Bertello


COMMIATO

L’uomo è l’unica specie vivente che non si limita a ingerire direttamente i nutrienti nella forma in cui la natura glie li offre, ma li elabora quasi sempre in un numero pressoché infinito di modi. Migliaia di libri, giornali, riviste pubblicano ricette, ingredienti, dosi e metodi di preparazione di una serie impensabile di piatti, diversi e tipici di ciascuna regione. Ogni cuoco vi aggiunge poi un suo tocco personale non solo nell’esecuzione ma – forse ancor più – nella presentazione, perché i primi organi di senso ad essere colpiti (e a condizionare i successivi) saranno gli occhi. Insomma, per l’uomo non esiste solo il cibo, ma una vera “cultura” del cibo.
Le colline delle Langhe e del Roero, che fanno corona ad Alba e la vedono come la loro “capitale”, formano evidentemente un’area privilegiata nella cultura enogastronomica se ogni anno, specialmente nella stagione autunnale, a decine di migliaia i buongustai affollano ristoranti, trattorie e agriturismi, qui portati da pullman con le più svariate targhe europee.
A loro – ma anche ai residenti che non tradiscono la cucina familiare – il Gruppo Fotografico Albese offre il “menù” contenuto in questo libro. È pur vero che esso non arriva a solleticare il gusto e l’olfatto ma ha il pregio di non esaurirsi in un unico atto digestivo bensì di rievocare – ci auguriamo anche per molti anni – quelle piacevoli sensazioni che si sono provate a tavola. Perciò leviamo tutti insieme il calice colmo di moscato che ancora spande il profumo dell’uva matura e ci auguriamo a vicenda: PROSIT !

FOTOGALLERY

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